C’è una donna che canta con l’anima scorticata,
ogni nota un grido, ogni parola un respiro spezzato.
La sua voce non accarezza, ma squarcia,
dilania chi ascolta, come vento gelido su ferite aperte.

Quando intona “Il corvo”, non è più solo una canzone,
ma un lamento antico, un racconto di perdite e ossessioni.
Il corvo vola alto, nero come la sua melodia,
mentre lei lo segue con lo sguardo, prigioniera del suo stesso canto.

Non cerca armonia, non cerca approvazione.
Canta per sopravvivere, per liberarsi da catene invisibili.
Eppure, chi ascolta si ritrova intrappolato,
incapace di distogliere lo sguardo dal dolore reso sublime.

Lei non si limita a suonare, non si limita a cantare.
Ogni suono è carne, è sangue, è anima.
La sua musica non consola,
ma ti ricorda che essere vivi è anche soffrire, profondamente.

E mentre l’ultima nota svanisce,
un silenzio inquietante si posa sul pubblico,
che si ritrova trasformato,
dilaniato, come lei, ma incredibilmente vivo.

Nel backstage

Acclamati dalla critica